Giugno 27, 2023
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  • Che fine fa lo scarto della plastica nel processo di riciclo?

Il destino del plasmix, lo scarto del riciclo della plastica, è un mistero per molti. Eppure, questo materiale apparentemente di scarto può diventare una risorsa preziosa.

Cosa succede agli scarti della plastica che finiscono nel cosiddetto “cestino della plastica”? Una volta raccolti, vengono selezionati e avviati a un processo di trasformazione sorprendente. Una parte viene riciclata per dare vita a nuovi prodotti, mentre ciò che rimane prende il nome di “plasmix” e viene utilizzato come combustibile alternativo nei cementifici.

Seguendo il plasmix in ogni fase, dalla raccolta differenziata al suo utilizzo finale, scopriremo i vantaggi ambientali ed economici di questa pratica virtuosa e il potenziale ancora inespresso di un materiale di “scarto” che aspetta solo di essere valorizzato. Pronti a svelare i segreti di ciò che avviene agli scarti della plastica?

Il destino degli scarti di plastica: trasformati in combustibile per un futuro sostenibile

Una tematica che merita maggiore attenzione riguarda il percorso intrapreso dagli scarti di plastica nel processo di riciclo. La risposta a tale questione presenta sfumature significative. Si tratta di un settore in progressivo aumento per una ragione principale: limitare la quantità di rifiuti destinati alle discariche. Il combustibile solido secondario (CSS), frutto del riciclo di questo scarto, rappresenta un buon esempio.

Emettendo un impatto ambientale ridotto in confronto al pet coke e costando meno dei consueti combustibili fossili impiegati nei cementifici, il CSS pone in evidenza il proprio valore. Si tratta di una risorsa conveniente che potrebbe rivoluzionare l’industria dei combustibili.

A questo punto sorge spontanea una domanda: non sarebbe più interessante discutere di ciò che succede agli scarti di plastica? Questo argomento spinoso merita senza dubbio una maggiore attenzione.

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“Lo scarto della plastica nel processo di riciclo: diventa combustibile alternativo”

L’argomento in discussione mira a risolvere un quesito apparentemente semplice: qual è la destinazione finale degli scarti del riciclo della plastica? Quello che un occhio non avvezzo può percepire come un mero rifiuto, in verità rappresenta una preziosa risorsa rigenerabile. Si tratta, per l’esattezza, del plasmix. Sotto questa denominazione si cela una sostanza dalla quale è possibile produrre combustibile alternativo, denominato CSS (Combustibile Solido Secondario). Questi piccoli fiocchi si generano, infatti, a partire dagli scarti derivanti dal trattamento dei rifiuti di plastica e trovano sovente impiego come carburante nei forni dei cementifici.

L’avventura della plastica comincia con il riciclo. Il rifiuto, giunto negli impianti di trattamento, viene accuratamente selezionato. Lo scopo è separare gli imballaggi di plastica dal resto del materiale. Sì, avete letto bene: gli imballaggi. Infatti, non tutti sanno che nel cestino della plastica dovrebbero andare solamente tali oggetti. Nasce quindi la necessità di distinguere fra bottiglie d’acqua, contenitori alimentari e tutte le altre tipologie di plastica con cui quotidianamente noi cittadini entriamo in contatto. Ciò è stabilito da un decreto legislativo entrato in vigore nel 1997.

Tornando al procedimento, i contenitori selezionati sono poi portati alla fase finale del processo di riciclo, dove diventano nuova materia prima. In quest’ultima fase la plastica viene trasformata in scaglie o granuli, utilizzati per creare nuovi prodotti come magliette, panchine, vasi. Non tutta la plastica può tuttavia essere riciclata: la parte residuale, non avviata al ciclico processo di riutilizzo, prende il nome di plasmix.

Il CSS: Vantaggi ambientali ed economici

Il processo che conduce alla formazione del CSS (combustibile solido secondario) inizia con la scelta del grado di purezza desiderato per il combustibile finale. Il plasmix, da cui il CSS deriva, subisce una ulteriore deferrizzazione e viene triturato in raffinatori specializzati, atti a conferirgli la granulometria richiesta per l’uso nei cementifici. Il prodotto finito viene poi scaricato in apposite vasche.

La produzione del CSS va considerata in relazione al suo potere calorifico, che si eleva a valori totalmente simili a quelli dei combustibili fossili solitamente utilizzati nei cementifici. Infatti, il CSS ha mediamente un potere calorifico compreso tra 18 e 25 megajoule per chilogrammo, con picchi superiori che lo portano ad eguagliare il potere calorifico del Pet coke (tra i 25 e 30 megajoule per chilogrammo).

Non esiste un unico tipo di CSS; anzi, se ne possono rilevare diverse qualità. Ad esempio, la qualità chiamata CSS End of waste è considerata, per legge, non più un rifiuto, ma un combustibile a tutti gli effetti che può essere utilizzato nei cementifici al posto del Pet coke.

Perché dovremmo quindi preferire il CSS al Pet coke? Introduce un guadagno rilevante a livello ambientale, soprattutto per quanto riguarda le emissioni di CO2. Orientativamente, utilizzare una tonnellata di CSS anziché di Pet coke in un cementificio consente di risparmiare tra 550 e 1.300 kg di CO2.

Da sottolineare anche un altro aspetto: il Pet coke viene di solito importato dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Venezuela e dal Messico, quindi l’uso del CSS contribuisce a ridurre le emissioni legate al trasporto, oltre ai costi logistici. Ciò rende il CSS un combustibile più economico.

Nonostante i vantaggi appena esposti, in Italia il CSS copre solamente il 21-22% dell’energia necessaria ai cementifici, contro una media europea che si attesta intorno al 50%. Probabilmente nei prossimi anni questi valori aumenteranno.

Il processo di riciclo della plastica: dalla raccolta differenziata al combustibile attraverso la separazione dei materiali indesiderati.

Il discorso si sposta sulla raccolta differenziata e su come, a volte, questa viene effettuata in modo impreciso. Un esempio potrebbe essere un giocattolo di plastica: sebbene tale oggetto sia realizzato in plastica, non rientra nella categoria degli imballaggi e quindi non dovrebbe essere gettato nel cestino della plastica. Allo stesso modo, un fazzoletto di carta non dovrebbe sicuramente finire nella raccolta della plastica, non essendo né un materiale plastico né un imballaggio.

Nonostante ciò, nel plasmix si trovano anche imballaggi di plastica non riciclabili, ad esempio una busta di caffè in poliaccoppiato, nella quale diversi tipi di plastica insieme che non possono essere separati.

Ma come si passa da un composto di rifiuti vario, come il plasmix, a ottenere il CSS? Il plasmix viene scaricato su un nastro trasportatore, per poi essere triturato in frammenti di qualche centimetro. Vengono poi rimossi gli eventuali frammenti di metalli ferrosi presenti. Mediante un sottomarino trasportatore, il plasmix viene inserito in un separatore ad aria, che serve per separare dal plasmix i metalli indesiderati in base al loro peso specifico; a tale scopo vien utilizzata aria compressa.

Nel caso ci sia presenza di vetro e di metalli non ferrosi vengono separati dal resto del plasmix, in quanto creerebbero problemi nel combustibile finale. Il plasmix viene suddiviso in tre diversi flussi mediante un separatore, ciascuno dei quali può essere controllato da una cabina di comando, attrezzata con numerose telecamere, sia normali che termiche, che permettono un intervento in caso di guasto o principi di incendio.

Un elemento particolarmente interessante dell’impianto viene utilizzato in ciascuno dei tre flussi: un separatore ottico. Quest’ultimo è dotato di un sensore infrarosso che rileva la presenza di frammenti residui di metalli non ferrosi o di plastica clorurata, come il PVC. In caso rilevi tali elementi, il sistema attiva getti di aria compressa che li separano dal resto del rifiuto. L’innovativo aspetto di tale separatore sta nella possibilità di impostarne la sensibilità, permettendo così di essere più o meno selettivo.

Conclusione

In questo articolo abbiamo visto come gli scarti della plastica, un rifiuto che troppo spesso finisce in discarica, può in realtà diventare una risorsa. Da materiale di scarto si può produrre CSS, un combustibile ecologico ed economico. Un processo di trasformazione complesso ma virtuoso, che in Italia stenta ancora a decollare. Eppure i vantaggi ambientali ed economici sono evidenti: meno CO2 in atmosfera, minore dipendenza dai combustibili fossili esteri, minori costi.

Perché allora non si investe di più in questo settore? Forse si tratta di scarsa informazione, di timore per l’ignoto o di reticenza al cambiamento. O forse è più facile continuare a bruciare petrolio, piuttosto che credere che il rifiuto di oggi può essere la risorsa di domani.

La Redazione

Mi chiamo Giuseppe e sono il fondatore di GreenYourLife, un blog pensato per fornire informazioni e consigli utili per uno stile di vita più sostenibile. Sono nato e cresciuto in uno dei posti più belli del mondo, la Sardegna, e sono sempre stato attento alle tematiche ambientali.

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